Norberto Bobbio, un “illuminista pessimista”. Intervista a Mario Quaranta

24 Luglio 2018

Nel suo volume ha privilegiato il libro di Norberto Bobbio Politica e cultura pubblicato da Einaudi nel 1955. Ci spieghi le ragioni

La pubblicazione di questo testo fu subito un evento culturale di notevole rilievo; esso provocò un ampio dibattito con oltre sessanta interventi fra recensioni e articoli su giornali e riviste. Ciò è comprensibile se ricordiamo che  è stato pubblicato in un momento particolare: nel 1953 era morto Stalin, ed era lecito attendersi in Italia una distensione nei rapporti tra diverse e fino ad allora opposte forze culturali; alcuni anni dopo si tenne il XX Congresso del Pcus con un’aperta critica radicale di Stalin compiuta da Krusciov nel noto Rapporto. Nel 1955 escono libri, saggi, interventi sui primi dieci anni della Repubblica, e il libro di Bobbio si configura come una lettura della politica italiana in cui le posizioni culturali e il ruolo del Partito comunista sono al centro della sua analisi. Egli si rivolge sia agli intellettuali liberali e democratici sia a quelli comunisti, come Bianchi Bandinelli, Della Volpe e lo stesso Palmiro Togliatti. Ai primi per legittimare un confronto con i comunisti, superando le molte perplessità e resistenze che avevano espresso, ai secondi per sollecitare un chiarimento su alcuni punti centrali. In altri termini, il marxismo italiano, che ha sempre rivendicato una propria autonomia richiamandosi al pensiero di Gramsci, deve riconoscere, secondo Bobbio, che «la libertà borghese ha posto in termini irreversibili il problema della libertà individuale»; essa costituisce un discrimine per valutare qualsiasi orientamento politico, incluso il comunismo.

Quali sono i motivi dell’interruzione del dialogo con gli intellettuali del Pci?

Il tentativo di dialogo si interruppe dopo la repressione da parte dell’Urss del movimento democratico ungherese. Bobbio considera l’invasione sovietica uno spartiacque nella sua esperienza politica; egli dà un giudizio inequivocabile sui dirigenti comunisti dell’Urss, fino a equiparare il comunismo sovietico con il nazismo. «L’unica analogia possibile [con il comunismo sovietico] è purtroppo recente, e non va a onore dei tempi in cui viviamo: l’hitlerismo». La conclusione delle sue analisi del comunismo sovietico le ha espresse nella nota affermazione «dove c’è la democrazia non c’è il socialismo e dove c’è il socialismo sinora non c’è stata democrazia». La conclusione fu l’arresto del dialogo.

Una “costante” dell’attività di Bobbio è la presenza di Cattaneo. Cosa ha rappresentato nella cultura italiana?

Un aspetto molto importante della posizione culturale del Bobbio degli anni Cinquanta è la sua scelta di Carlo Cattaneo come riferimento filosofico e politico essenziale. Nel suo libro del 1971, Una filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo, pubblica gran parte dei saggi apparsi nel corso degli anni. Cattaneo è infatti una “costante” della sua attività intellettuale. Sul piano filosofico, sostiene Bobbio, Cattaneo è stato un empirista conseguente, che ha fatto della libertà l’idea guida del suo pensiero e della sua prassi politica: «il fuoco in cui convergevano i raggi delle sue ricerche, delle sue aspirazioni, dei suoi sentimenti». Però Bobbio non tace le ragioni del fallimento del  progetto federalista cattaneano, concludendo la sua disamina con l’affermazione che esso fu «dottrina d’intellettuali e non principio di azione». Inoltre, secondo Bobbio, Cattaneo ha delineato una concezione dell’uomo e della natura assegnando alla razionalità scientifica e alle sue applicazioni un ruolo decisivo nello sviluppo della civiltà moderna.

Quali sono gli aspetti più interessanti dell’analisi di Bobbio sul pensiero di Cattaneo?

Egli ha insistito su due idee-guida di Cattaneo: il progetto di una scienza della società e un rapporto stretto tra scienza e filosofia. E tutto ciò in opposizione e alternativa con la tradizione speculativa e metafisica che caraterizza gran parte della cultura italiana. Bobbio ha insistito sul fatto che Cattaneo è consapevole che il suo ambizioso progetto cultural-politico richiede un intellettuale di tipo nuovo, non più “pifferaio” del potere, ma un “ingegnere sociale”, «scopritore, formatore e riproduttore di un sapere utile all’azione». Nella sua opera, Bobbio ha disegnato un’immagine innovativa di Cattaneo rispetto ai molti contributi esistenti; egli ha tentato di installare saldamente Cattaneo entro la nostra tradizione, in cui l’empirismo ha avuto una presenza minoritaria e spesso marginale.

Per quali ragioni nel titolo del suo libro definisce Bobbio come un “illuminista pessimita”?

Nelle sue frequenti analisi della situazione politica italiana e internazionale Bobbio ha espresso le ragioni di un suo radicale pessimismo, ossia la convinzione che le tendenze politiche dominanti fossero quelle volte a ridisegnare con la violenza un nuovo assetto mondiale. Una posizione, questa, che lo indusse a definirsi un “illuminista pessimista”, ove è evidente la contraddittorietà dei termini, di cui lo stesso Bobbio precisò il significato in seguito a uno scambio di opinioni: «Formula per formula, sceglierei “pessimismo dell’intelligenza” e “pessimismo della volontà”», nel senso che «la ragione mi dice con grande chiarezza quello che dovrebbe essere compiuto per salvare l’umanità dalla catastrofe, ma è la stessa ragione che mi dice con altrettanta chiarezza che non avverrà».
Questo pessimismo antropologico è, dunque, l’approdo cui giunge Bobbio; pertano non è essenziale soffermarsi, come hanno fatto i più, a determinare il carattere del pensiero politico di Bobbio; è stato un liberale, o un democratico, o un socialista, e così via. Si possono esibire argomenti e testi a favore dell’una o dell’altra scelta, ma resta il fatto, per Bobbio incontrovertibile, che tutti questi orientamenti non sono stati all’altezza del periodo storico, ossia non hanno impedito che si giungesse ai limiti di una catastrofe.

Non c’è alcuna possibile soluzione a questo problema?

Ritengo sia lo stesso Bobbio a fornirci un’idea orientarice. Fra le varie e diverse componenti del suo pensiero, quella etico-politico sembra centrale fin dall’inizio della sua attività, tanto che egli considererà la difesa della persona un criterio dirimente nella valutazione di filosofi e orientamenti. Ad esempio, egli rifiuta e condanna la filosofia di Giovanni Gentile «che sfocia in quella estrema forma di egotismo filosofico che è il solipsismo». Una filosofia che «non conosce l’altro-Io, cioè l’altro da me»; e anti-personalistica sarà la sua accusa all’esistenzialismo. La tesi conclusiva del lavoro su Bobbio è che occorre rileggere i molti testi che egli ha pubblicato nel corso degli anni sui rapporti tra etica e politica, ora raccolti in un voluminoso libro, Etica e politica. Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli. Se la politica divide, l’etica può indicare i valori attorno i quali riaggregare gli uomini; è ciò che storicamente è avvenuto nei momenti di crisi della civiltà occidentale, ed è ciò che occorre fare oggi.

Bobbio ha avuto una massiccia presenza sulla scena culturale e politica anche dopo il 1955. Cosa ha rappresentato nella cultura italiana?

Nel libro viene data una risposta a questo problema che è stato affrontato spesso dai critici, ossia quali sono state le ragioni che hanno determinato un’imagine particolare di Bobbio, i cui interventi politici e culturali, che si collocano senz’altro a sinistra dello schieramento politico (e sulla validità dei termini destra e sinistra si è intrattenuto spesso), hanno sempre avuto un’eco particolare nella cultura italiana. In una situazione come quella italiana, in cui gli intellettuali hanno avuto un ruolo importante nella lotta politica e nella creazione del consenso dei partiti di massa (DC, Partito socialista e comunista), Bobbio ha sempre mantenuto una sua autonomia culturale e politica, non nel senso che sia stato super partes, ma nel senso che ha cercato e più spesso individuato il terreno di un possibile dialogo e confronto. In conclusione, egli non è stato un intellettuale di partito, anche se la sua attività si colloca, negli anni Cinquanta, all’interno di quel movimento neolluminista, il cui “manifesto” fu redatto dal promotore dell’iniziativa, Nicola Abbagnano: L’appello alla ragione e le tecniche della ragione (1952). Già nel 1948 Abbagnano aveva scritto il saggio Verso il nuovo illuminismo: John Dewey, in cui rese palesi le coordinate concettuali cui il movimento fondamentalmente si richiamava. Nell’ambito di questo movimento, Bobbio è stato l’intellettuale che ha fornito a quel programma di rinnovamento un fondamento etico-politico; l’opera Politica e cultura assolse appunto questa funzione.

 

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