L’agenda della biotetica. Problemi e prospettive. Intervista a Francesca Marin

24 Aprile 2019

Abbiamo posto alcune domande a Francesca Marin del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università degli Studi di Padova.
Francesca Marin è autrice del volume L’agenda della bioetica. Problemi e prospettive, nel quale, a partire da una disamia dei termini di “bioetica globale” (global bioethics) e “salute globale” (global health), analizza criticamente l’ampliamento dei compiti assegnati alla bioetica e la graduale estensione del concetto di salute. Dedica poi un’ampia riflessione alla tematica del fine vita, volta a proporre una serie di distinzioni concettuali e a individuare un lessico più preciso e raffinato.

1. La riflessione sulle maggiori tematiche della bioetica oggi ruota sempre più di frequente attorno al termine “globale”. Perché una tale terminologia e quali implicazioni comporta?

Oggigiorno la bioetica è chiamata ad affrontare temi di portata globale, quali l’equo accesso alle cure, la condivisione dei benefici derivanti dalla ricerca scientifica e la protezione della biosfera e della biodiversità. A riguardo, si parla di “bioetica globale” sottolineando come l’agenda di questa particolare disciplina non possa più rimanere circoscritta alle questioni etiche sollevate dal continuo progresso medico-tecnologico. A dire il vero, negli ultimi anni già a livello biomedico si è avvertita la necessità di adottare una prospettiva più articolata: quando si parla di promozione della salute, è sempre più frequente l’utilizzo dell’espressione “salute globale”, che invita a cogliere l’interdipendenza tra le varie dimensioni dell’esistenza umana che concorrono a determinare lo stato di salute. Ora, pur essendo condivisibile l’adozione di un approccio più ampio, i termini “bioetica globale” e “salute globale” potrebbero incoraggiare rispettivamente un continuo ampliamento dei compiti assegnati alla bioetica e la graduale estensione del concetto di salute. Si corre così il rischio da un lato di perdere la specificità della bioetica come ambito disciplinare, dall’altro di avanzare richieste eccessive di salute nei confronti della medicina. La prima parte del volume propone quindi delle strategie che preservino l’identità epistemologica della bioetica malgrado l’ampliamento di prospettive, e al tempo stesso promuovano un approccio globale alla salute, attento anche alla dimensione oggettiva e soggettiva della salute stessa.

2. Anche affrontando uno dei temi classici della riflessione bioetica, cioè il fine vita, si presta attenzione alla terminologia, tant’è vero che la seconda parte del libro propone una revisione dell’attuale lessico del fine vita. Perché deve essere evitata l’espressione “eutanasia passiva”?

I termini come “eutanasia passiva” attestano l’inquinamento terminologico-concettuale ancora oggi presente nel dibattito bioetico sul fine vita. Con quell’espressione vengono infatti erroneamente inclusi tra le pratiche eutanasiche degli atti, quali il mancato avvio o la sospensione dei trattamenti (specie quelli di sostegno vitale), che nulla hanno a che vedere con l’eutanasia. In sintesi, ogni pratica eutanasica è un atto finalizzato a procurare la morte del paziente e quindi l’eutanasia è attiva per definizione. Di certo, anche l’astensione o la sospensione dei trattamenti si concretizzano attraverso un’azione, ma in questo caso il medico si inserisce in una sequenza di eventi che è già iniziata perché il paziente è affetto da una patologia, sorta in precedenza, che sta mettendo a repentaglio la sua vita. Al contrario, effettuando l’eutanasia, si compie un atto che conduce alla morte altrui (tant’è vero che si impiegano sostanze letali), e questo indipendentemente dalla preesistente condizione patologica dell’assistito. Di conseguenza, l’espressione “eutanasia passiva” è ambigua, fuorviante nonché contraddittoria e il mancato avvio o la sospensione dei trattamenti, opportunamente giustificati sul piano clinico, non costituiscono affatto delle pratiche eutanasiche. Ciò non toglie che a volte alcune particolari tipologie di astensione o interruzione delle cure diano luogo a un agire illecito sul piano morale nonché giuridico, come nel caso in cui tali atti vengano compiuti senza il consenso del paziente e con l’intenzione di accelerare il processo di morte dell’assistito.

3. Perché la seconda parte del libro, dedicata come già detto alle questioni bioetiche di fine vita, affronta anche il tema del vitalismo, analizzando criticamente quell’approccio che è finalizzato al mantenimento della vita a tutti i costi?

Fino ad ora il dibattito bioetico sul fine vita ha principalmente indagato la legittimità o meno degli atti volti a procurare o accelerare la morte del paziente. Una tale tendenza può dare adito all’idea che, da un punto di vista morale, possano risultare discutibili e problematici solo i casi di abbreviazione della vita e non quelli di differimento dell’evento fatale. Detto altrimenti, si può giungere a ravvisare una certa problematicità esclusivamente nelle pratiche finalizzate a procurare la morte (quali eutanasia e suicidio medicalmente assistito) oppure in quelle che potrebbero influire sull’abbreviamento della vita (come ad esempio il mancato avvio o la sospensione dei trattamenti), sottovalutando, se non addirittura tralasciando, le questioni etiche sollevate dagli interventi volti a prolungare la vita a tutti i costi.
In realtà, un approccio eccessivamente interventistico alla fine della vita dà luogo a diversi nodi problematici: obbedendo sempre e comunque all’imperativo del fare, si può ledere la dignità del paziente e si rischia di non perseguire altre importanti finalità della medicina, come ad esempio l’alleviamento del dolore e della sofferenza. Per di più, il vitalismo ostacola l’accesso universale ed equo alle prestazioni sanitarie e solleva anche degli interrogativi in merito all’esistenza di limiti alle richieste individuali e sociali di salute.

4. Quali possono essere i principali fruitori del suo libro?

Il testo è rivolto a un ampio pubblico, non esclusivamente accademico: infatti, coloro che possiedono competenze mediche e filosofiche potrebbero esserne i primi fruitori, ma, poiché la seconda parte del volume affronta le principali problematiche del fine vita, gli argomenti trattati possono interessare chiunque si trovi professionalmente ad affrontare problemi e dilemmi di carattere bioetico, come quelli che emergono dinnanzi alle cosiddette decisioni di fine vita (End of Life Decisions); inoltre il volume potrà interessare più in generale chiunque intenda riflettere sull’ampliamento del concetto di salute, sulle questioni di giustizia in ambito sanitario, sulla relazione di cura e sulla nostra costitutiva finitezza. Le riflessioni offerte nell’ultima parte del volume potranno poi rivelarsi utili a qualsiasi cittadino italiano grazie all’approfondimento della Legge n. 219/2017 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento) entrata in vigore il 31 gennaio 2018. Si tratta di un approfondimento che, oltre a presentare i principali contenuti del testo normativo, darà al lettore la possibilità di cogliere la prospettiva relazionale che fa da sfondo all’intera legge.

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