L’incontro con l’altro. Riflessioni filosofiche sull’alterità: intervista a Silvia Mocellin e Laura Sanò

25 Novembre 2025

Che cosa significa incontrare l’altro? Quali forme assume l’alterità – del corpo, del volto, del genere, del pensiero – nelle esperienze fondamentali dell’esistenza? L’altro ci precede, ci sfida, ci costituisce. Pensare l’alterità significa interrogare ciò che rende possibile l’etica, la relazione, la soggettività.

Attraverso prospettive che spaziano dalla fenomenologia all’etica, dalla sociologia alla decostruzione, i saggi raccolti nell’ultimo fascicolo monografico della rivista di filosofia «Paradosso» – Incontro con l’altro. Riflessioni filosofiche sull’alterità – mettono in luce la complessità dell’alterità come categoria filosofica viva: la tensione tra attività e passività nella relazione, l’ambivalenza del desiderio, l’attenzione come apertura, la critica del binarismo sessuale, ma anche la questione della globalizzazione e della convivenza interculturale, in un mondo che si vorrebbe più connesso eppure disuguale.

Ce ne parlano le curatrici del volume, le professoresse Silvia Mocellin e Laura Sanò, dell’Università di Padova, che ripercorrono in questa intervista i temi affrontati dal numero e ci presentano gli interrogativi che emergono dai contributi dei diversi studiosi, «un esercizio di pensiero aperto, un invito a lasciarsi interrogare da ciò che è altro».

 

Professoressa Mocellin, nel suo testo introduttivo l’incontro non appare né pacificato né risolvibile. Come definirebbe ciò che accade quando “si incontra l’altro”?

Direi che ciò che chiamiamo “incontro” coincide, prima ancora che con una forma di comprensione o di scambio, con una perturbazione, spesso sottilissima ma radicale, della posizione da cui si guarda e si parla. L’altro arriva sempre come qualcosa che eccede – eccede ciò che posso sapere, ciò che posso volere, persino ciò che posso immaginare. Nei contributi raccolti nella prima sezione, questa eccedenza assume forme differenti e non comparabili, e tuttavia risuona come un movimento comune: nella voce, come in Cohen-Levinas, che non si lascia catturare né dal concetto né dalla tonalità affettiva ordinaria, ma si presenta come traccia che scava e disloca; oppure nel corpo proprio, come riemerge in Bellantone, dove la soggettività scopre di non essere mai padrona di sé, ma attraversata da una alterità interna, costitutiva. In questo senso l’incontro non è un atto volontario, ma un accadere che sorprende, talvolta ferisce, e certamente costringe a riposizionare ciò che si credeva stabile. L’incontro non garantisce nulla, né reciprocità, né armonia, né integrazione, ma apre uno spazio in cui la soggettività non si auto-fonda più, bensì risponde, e nel rispondere si trasforma.

La prima parte della rivista – L’altro come interrogazione – sembra voler far emergere l’alterità non come oggetto, ma come forza che modifica lo sguardo che la incontra. Che movimento voleva rendere percepibile al lettore?

Ciò che mi premeva non era innanzitutto esporre un contenuto, né proporre una panoramica storica o concettuale sull’alterità (che avrebbe fatalmente ricondotto l’altro all’ordine del già noto), ma creare le condizioni affinché il lettore potesse avvertire una variazione interna del proprio stesso regime di percezione. L’alterità, infatti, se resta confinata nel piano tematico, si lascia dire, presentare, categorizzare; ma nel momento in cui entra nell’esperienza del pensiero, essa disfa la posizione da cui pensiamo, facendo emergere uno scarto, talvolta impercettibile, altre volte quasi doloroso. La prima parte del volume non cerca di descrivere questo scarto, ma di produrlo nella lettura.

Per questo la voce poetica evocata da Cohen-Levinas, ad esempio, non è chiamata a confermare un discorso già deciso: essa interviene come qualcosa che interrompe il linguaggio dall’interno, come quel «quasi nulla» che però basta a far vacillare l’equilibrio tra chi parla e ciò che viene detto. La voce non rappresenta l’altro: è la sua traccia, la sua sopravvivenza fragile, il suo modo di continuare a toccare il senso quando il senso non è più garantito.

E, dal lato di Bellantone, l’alterità non arriva dall’esterno, non è l’altro come figura del mondo, ma un’estraneità incorporata, qualcosa che il soggetto porta in sé e che lo costringe a riconoscersi come mai pienamente coincidente con la propria identità. La “terza vita” biraniana è, in questo senso, un’esperienza di soglia: non pienamente passiva, non pienamente attiva, non pura interiorità né semplice rapporto col mondo. È un modo di essere in tensione, in cui l’io è continuamente attraversato da ciò che lo eccede.

La sezione non si apre dunque con una tesi: si apre con un’esposizione, una messa a contatto. Se chi legge avverte un leggero spostamento della propria postura, un’oscillazione ancora difficile da nominare, allora il gesto è riuscito.

La parola “alterità” circola oggi con frequenza, spesso in forme molto addomesticate. Come evitare che diventi un concetto rassicurante?

È proprio questo uno dei rischi più evidenti: trasformare l’altro in valore positivo, quasi automatico, come se l’appello all’alterità fosse di per sé garanzia di apertura etica. Ma l’altro, nel senso più radicale, è ciò che resiste all’appropriazione, a qualsiasi forma di benevola inclusione. Non si tratta di respingere la cura o la giustizia: si tratta di riconoscere che non possono precedere l’esperienza dell’esposizione che le rende possibili.

Quando Tarantino torna sulla nozione weiliana di attenzione, mostra esattamente questo: non l’attenzione come gesto empatico, come inclinazione ad accogliere l’altro, ma come rinuncia. Rinuncia alla volontà di capire, di spiegare, di dare risposta. È un gesto di sottrazione: lasciare che l’altro sia, senza farsene custode, senza appropriarsene, senza redimerlo. Qui l’alterità appare non come differenza da valorizzare, ma come quell’elemento che costringe il soggetto a decentrarsi fino a perdere il sostegno della propria volontà.

Il contributo di Cantillo si incrocia con questa direzione, ma attraverso un’altra via: quella del desiderio. Il desiderio, nella sua prospettiva, non è orientato verso un possesso né verso un completamento dialettico; si definisce piuttosto attraverso una mancanza che non mira a colmarsi, una torsione del soggetto verso qualcosa che gli sfugge costitutivamente. Qui l’alterità si rivela come un’apertura che non può essere saturata, come ciò che mantiene vivo il movimento stesso del pensare e dell’agire.

E quando, più avanti, Sanò ritorna sulla scrittura weiliana, lo fa mostrando come la parola possa diventare un luogo di custodia, e non di conquista. Qui la lingua si dispone a una forma di delicatezza, come se ogni parola dovesse misurare il proprio peso, lasciando spazio a ciò che non si lascia pronunciare. L’attenzione è dunque la forma elementare di questa disponibilità: una rinuncia a occupare l’altro, che non è mai un soggetto da integrare, né una mancanza da colmare, ma un limite che salva la relazione da ogni appropriazione. L’attenzione, in questa prospettiva, non è un esercizio morale, ma una condizione etica: consente all’altro di avere luogo.

A livello di stile e di forma, questa sezione non procede per tesi o argomentazioni lineari, ma per stratificazioni e ritorni. Quanto è importante la forma nella trasmissione di questa esperienza dell’altro?

La forma non è un rivestimento del contenuto, ma il luogo stesso in cui l’altro accade. Se il testo fosse lineare, trasparente, orientato a una sintesi conclusiva, l’alterità verrebbe ricondotta nell’ordine della padronanza. È per questo che ciascun contributo mantiene una tensione singolare nel modo di dire, come se lo stesso linguaggio dovesse imparare a fare spazio.

In Cohen-Levinas, questo spazio si manifesta nella voce che vibra senza possedersi, senza garantirsi come fonte di senso. In Bellantone, si avverte nello scarto tra il corpo vissuto e il corpo pensato, tra l’immediatezza dell’esperienza e la sua inafferrabilità teorica. Quando il tema dell’attenzione ritorna in Sanò, la scrittura assume una economia ancora più asciutta, come se la parola dovesse continuamente trattenersi sull’orlo del silenzio, per non saturare ciò che intende avvicinare.

La forma, così intesa, non cerca l’eleganza né la trasparenza: cerca la giusta distanza, quella in cui l’altro può apparire senza essere catturato. Non è una soluzione: è una disposizione.

Quale disposizione richiede questo volume al lettore che lo attraversa?

Potremmo dire: una disposizione a restare esposti. Non una disponibilità empatica, non una resa, ma qualcosa di più sottile e più difficile: una sospensione del giudizio e del desiderio di chiudere. Il lettore è chiamato a sostare in ciò che non si lascia riassumere, a riconoscere che il pensiero può avanzare anche senza possedere ciò che incontra.

L’incontro con l’altro non è mai un evento pacificato. Porta con sé la possibilità del turbamento, della perdita di orientamento, talvolta persino di un lieve smarrimento. Ma è precisamente in questa perdita di padronanza che si apre una forma di responsabilità più profonda, non basata sul controllo ma sulla presenza. Se c’è un gesto che la prima parte chiede, è questo: non chiudere l’altro, non chiudersi a lui. Rimanere in contatto con ciò che eccede, ciò che disturba, ciò che chiama a un pensare ancora. In questa sospensione, la filosofia ritorna a essere non un sapere sulla realtà, ma un modo di attraversarla.

 

 

Professoressa Sanò, il titolo del fascicolo, L’incontro con l’altro, è di per sé fortemente evocativo. Perché oggi la filosofia deve tornare a interrogarsi sull’alterità?

La figura dell’altro attraversa tutta la storia del pensiero, e in ogni epoca essa è tornata a interrogare la filosofia, che l’ha accolta come enigma, come rivelazione o come presenza capace di ridefinire il senso stesso del pensare. Nel nostro tempo questa domanda si rinnova con particolare intensità, perché viviamo in un orizzonte globale in cui le distanze si sono ridotte e le possibilità di incontro si sono moltiplicate, ma la prossimità non sempre genera comprensione autentica. La moltiplicazione delle connessioni non coincide necessariamente con un reale riconoscimento dell’altro, e il contatto costante può trasformarsi in una forma di assuefazione che rende l’alterità visibile ma non veramente percepita nella sua singolarità.

Proprio per questo la filosofia è oggi chiamata a un compito essenziale, quello di ritrovare il senso profondo della relazione come origine del pensiero e non come suo limite. Interrogare l’altro non significa aggiungere un nuovo tema all’elenco delle questioni teoriche, ma riscoprire che il pensare nasce sempre da un incontro, da un attrito, da una distanza che non può essere colmata ma solo attraversata. Il pensiero diventa così un gesto di apertura, un atto di responsabilità, un modo per restare fedeli alla dimensione dialogica dell’esistenza.

Questo fascicolo di «Paradosso» si fonda su tale convinzione e si propone di restituire all’alterità il suo statuto di sorgente generativa del pensiero. La relazione con l’altro non è un episodio marginale dell’esperienza umana, ma la sua architettura profonda. Nessuna soggettività si costituisce in isolamento, e ogni “io” trova la propria verità solo nell’incontro con un “tu”. La condizione umana è, in questo senso, irrimediabilmente relazionale, ed è proprio in questa apertura che risiede la possibilità di una conoscenza e di una convivenza più giuste e più umane.

Questo numero di «Paradosso» raccoglie contributi molto diversi tra loro. Come dialogano queste prospettive e in che modo ciascun autore contribuisce a delineare il tema dell’altro?

La pluralità che attraversa il volume non rappresenta una semplice raccolta di sguardi differenti, ma costituisce il suo respiro più autentico. Ogni contributo nasce da una voce autonoma e da un orizzonte teorico specifico, e tuttavia tutti condividono la convinzione che la differenza non sia una barriera, ma la condizione stessa del pensare. L’eterogeneità dei saggi non genera dispersione, ma una trama dialogica in cui le voci si incontrano senza annullarsi, trovando nel confronto la propria armonia più profonda.

Francesca R. Recchia Luciani apre il percorso affrontando la figura dell’ermafroditismo come luogo in cui il corpo e l’identità diventano campi di tensione e di libertà, intrecciando con grande finezza il pensiero di Foucault e di Nancy. Anna Ceschi segue il cammino di Simone de Beauvoir verso la definizione della donna come “Altro assoluto”, mettendo in luce come la libertà si compia soltanto nella reciprocità e nel riconoscimento. Edoardo Massimilla esplora la sociologia comprendente di Max Weber e mostra come l’agire umano nasca sempre da un riferimento all’altro, rivelando la dimensione relazionale di ogni forma di senso. Valentina Surace rilegge Derrida e la sua immagine del “mangiare l’altro” come gesto simbolico che unisce assimilazione e rispetto, trasformando la vulnerabilità in un atto di apertura. Silvia Mocellin conclude con una riflessione limpida sul pensiero di Raimon Panikkar, per il quale la relazione non è perdita ma pienezza, e la pluralità non rappresenta divisione ma principio vitale di comunione.

Insieme, queste voci compongono una mappa viva dell’alterità come sorgente del pensiero. Tutte mostrano che la filosofia non si esaurisce nella riflessione sull’identico, ma trova la propria forza nel dialogo, nella reciprocità e nella capacità di accogliere ciò che è diverso come possibilità di conoscenza e di vita condivisa.

Qual è il messaggio che si vuole trasmettere anche a un lettore non specialista?

Questo volume non nasce per un pubblico ristretto, ma per chiunque avverta il bisogno di ritrovare nella filosofia uno spazio di interrogazione autentica sul senso della vita e della relazione. Non è un libro da leggere soltanto con gli strumenti della teoria, ma da abitare come un percorso che accompagna il pensiero verso una forma più umana di comprensione. In un tempo in cui la comunicazione sembra ovunque e il dialogo sempre più raro, riflettere sull’altro diventa un modo per restituire profondità ai nostri rapporti e per riconoscere che la vita comune non è mai soltanto un fatto sociale, ma un’esperienza spirituale e condivisa.

Ogni incontro, anche il più semplice, porta con sé una trasformazione silenziosa. L’altro ci costringe a decentrarci, a lasciare spazio a ciò che non conosciamo e a ciò che non possiamo pienamente comprendere. Questa disponibilità non implica perdita o rinuncia, ma apertura, crescita, possibilità di ampliamento del nostro stesso orizzonte. L’identità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si costruisce nella relazione.

La filosofia, letta in questa prospettiva, non appare come un sapere distante o astratto, ma come un atto di cura che ci invita a pensare e a sentire in modo più consapevole. Pensare l’altro significa imparare a riconoscere la differenza senza paura, accogliendola come fonte di ricchezza e di movimento. L’altro è il volto umano che incontriamo, ma anche la parola che non comprendiamo subito, la cultura che ci sfida, l’esperienza che ci sorprende. È la parte del mondo che ci resta sconosciuta, ma che proprio per questo ci chiama a un dialogo più profondo con noi stessi e con ciò che ci circonda.

Questo fascicolo di «Paradosso» non pretende di fornire risposte conclusive, ma propone un esercizio di pensiero aperto, un invito a lasciarsi interrogare da ciò che è altro. Ogni saggio offre un modo diverso di attraversare questa esperienza, mostrando che la differenza non è una barriera, ma una via di conoscenza. Il messaggio è dunque quello di un pensiero che non divide, ma connette, che non chiude, ma apre, che non teme la complessità, ma la accoglie come la forma più autentica della realtà.

In questa prospettiva, il volume si presenta anche come un gesto di fiducia. Fiducia nella possibilità che la filosofia torni a parlare a tutti e che il pensiero, quando nasce dall’ascolto, possa ancora generare legami, prossimità e visioni condivise del mondo.

Guardando al futuro, come pensa che il tema dell’alterità possa orientare il pensiero filosofico e civile dei prossimi anni?

Pensare l’altro è un modo di orientarsi nel mondo e di resistere alla frammentazione che attraversa il nostro tempo. Le grandi sfide che si profilano all’orizzonte – la crisi ecologica, la rivoluzione digitale, la migrazione dei popoli, la ricerca di nuovi equilibri etici e sociali – chiedono tutte una capacità rinnovata di relazione. Nessun progetto umano può realizzarsi se non è capace di riconoscere l’altro come interlocutore e come parte costitutiva del proprio orizzonte. L’alterità non è un problema da risolvere, ma un principio da custodire, perché è nell’incontro con ciò che è diverso che il pensiero ritrova la propria energia generativa.

La filosofia, se saprà rimanere fedele a questa consapevolezza, potrà tornare a essere non soltanto un sapere critico, ma una forza civile e trasformativa. Le voci che attraversano questo volume, da Foucault a Beauvoir, da Derrida a Panikkar, mostrano che il pensiero vive soltanto nel dialogo e che la differenza, lungi dal dividere, è la condizione stessa della comunanza. Non si tratta di ridurre le distanze, ma di imparare a camminarvi dentro, accettando la vulnerabilità che ogni incontro comporta e scoprendo in essa una forma di forza, non di fragilità.

L’altro non rappresenta un ostacolo da superare, ma la possibilità di un’espansione interiore e collettiva. In questo senso, la riflessione sull’alterità non riguarda soltanto la sfera etica o filosofica, ma tocca il cuore stesso della vita politica e sociale. Imparare a vivere nella differenza significa costruire società più giuste, più creative e più aperte al futuro.

Il volume mostra che la filosofia può ancora essere una forma di ospitalità e di resistenza. Non un sapere che domina, ma un sapere che accompagna, che si prende cura, che apre spazi di dialogo e di riconoscimento. Ogni pagina, ogni saggio, ogni voce presente in «Paradosso» rappresenta un piccolo gesto di fiducia nell’umano, un modo per ricordare che la conoscenza non si misura solo in termini di verità, ma anche di responsabilità.

Forse il compito del pensiero, oggi, consiste nel mantenere aperta la possibilità dell’incontro, nel creare le condizioni perché l’altro possa esistere e parlare, nel custodire la promessa che ogni relazione porta con sé. L’alterità non è il contrario dell’identità, ma la sua più alta espressione, poiché soltanto attraverso l’altro possiamo diventare pienamente noi stessi. In questa apertura, che è insieme fragile e necessaria, si dischiude la possibilità di un nuovo umanesimo, capace di coniugare la lucidità del pensiero con la delicatezza della cura e la forza della speranza.

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